…I'll also show you a sweet dream next night…

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Finalmente… BERSERK!

PICCOLA PREMESSA:
Questo post riguarda esclusivamente l’anime ed è pressochè SPOILER-FREE.
Ma può contenere olio di palma.

Era da anni, anni, ANNI (potrei quasi azzardare la parola “decennio”) che posticipavo la visione di questo anime. La sua fama mi tormentava da molto ed ero sicura che avrei potuto trovarlo molto interessante. Ma sapevo di cosa si trattasse, mi era stata descritta come un’opera cruda e conoscevo, a grandi linee, la storia del protagonista. Tutto questo, non so per quale motivo, aveva fatto nascere in me la convinzione che fosse qualcosa di pesante e difficile da digerire, per cui ho continuato a rimandarne la visione, nonostante volessi assolutamente depennare questo titolo dalla lista dei miei “must see”.

Poi il mio ragazzo mi ha proposto alcuni titoli per sceglierne uno da vedere insieme (l’ultimo lo avevo scelto io, quindi spettava a lui proporre qualcosa) e nella sua lista figurava, appunto, il “temibile” Berserk. Così ho deciso di farmi coraggio e lanciarmi nella visione (accompagnata, manco fossi una bimba) di questo anime e ora mi sento di dire un paio di cose a riguardo.

Inizierei col dire che non l’ho trovato così pesante come pensavo che fosse. Certo, di tematiche pesanti e personaggi sfortunati ce ne sono piove se piovesse e sicuramente non ne consiglierei la visione a un ragazzino, ma la versione animata (che mi dicono essere più “light”, come spesso accade, della controparte cartacea) ha giusto qualche scena veramente pesante. A parte questo, l’opera è molto d’azione e l’ho trovata piuttosto scorrevole (alla fine, come sempre, mi sono fatta prendere e ho finito per divorarla in pochissimo tempo).

Altra cosa che mi sento di dire è che Berserk mi è piaciuto. Nonostante qualche pecca, ai miei occhi, qua e là, mi sono appassionata alla storia e non vedo l’ora di poter vedere il seguito. L’ho trovato un anime completo, che non manca nè d’azione nè di approfondimento emotivo, ma che, di tanto in tanto, lascia anche spazio a qualche risata. L’unica cosa che mi ha un po’ infastidito è stata l’impressione che, qualche volta, le scene non siano state gestite nel migliore dei modi. Non so come spiegarlo, ma ci sono scene che iniziano in maniera troppo brusca o cambi di location non chiari… un po’ confusionario in certi passaggi, insomma. Inizialmente pensavo fosse una pecca legata al fatto che la prima serie è un po’ datata e, come altre degli anni ’90, porta con sè uno stile e un “sapore” di quel periodo. Invece queste piccole mancanze le ho riscontrate anche in alcuni episodi delle serie recenti (datate 2016 e 2017), quindi è proprio un carattere dell’anime di Berserk, forse legato a dei problemi di trasposizione di alcune scene dal manga? Comunque l’opera in sè non ne risente particolarmente e trovo possa essere considerato davvero un ottimo titolo.

Se avete visto quest’anime, potrete facilmente immaginare quali saranno i prossimi due punti.

Da dove cavolo vengono fuori disegni e animazioni della seconda stagione? Perchè hanno voluto punire i fan di quest’opera con questo stacco repentino dal disegno classico e quella cosa mezza 3D che si muove, in certi momenti, in maniera più legnosa dell’anime del 1997?
Magari sono io che non capisco l’innovazione e questo nuovo modo di fare anime è spettacolare, ma a me il gusto retro delle immagini della prima stagione è piaciuto un casino e l’ho trovato mille volte più delicato e adatto a delineare i personaggi. Prendiamo ad esempio [quella gran m***a di] Griffith (o “GRIFFISSSSTHSSSS”, se preferite): nella versione moderna ha dei tratti molto meno delicati rispetto alla vecchia rappresentazione. In certe immagini sembra quasi sproporzionato, finto. Che senso ha usare una grafica moderna se fa sembrare qualcosa più finto di quanto non sia un’immagine bidimensionale?

Veramente è meglio la seconda versione? E’ un mio problema perchè sono abituata agli anime vecchio stile? Se è così, per favore, ditemelo!

E ora potrete anche odiarmi, oh voi fan di Berserk di vecchia data… ma mi dovete dire cosa cavolo è la prima sigla! Seriamente, ditemi: tolto l’affetto per l’opera in sè, vi sembra davvero una buona canzone? Perchè io, quando l’ho sentita la prima volta, mi sono immaginata che avessero preso un chitarrista che ha appena imparato a strimpellare e che ha scoperto che la sua chitarra può fare un suono stranissimo, allora ci ha fatto un’intera canzone, su cui poi hanno cantato i suoi amici, di cui uno ubriaco alla voce principale e l’altro, stonato, ai cori. Questo è l’effetto che mi ha fatto, ai primi ascolti, Tell My Why, la prima sigla di Berserk. E magari, al solito, sono io che non capisco un cavolo di musica, potrebbe anche essere, però, se la pensate così, dovete spiegarmi il lato positivo di questa sigla.

Le altre due, invece, le ho adorate e le sto continuando a sentire in loop da giorni. Sono entrambe dei 9mm Parabellum Bullet (gruppo di cui ho scoperto, grazie a queste opening, anche altre canzoni e che, devo dire, trovo interessante) e hanno un sound grintoso, ma rimandano anche a un senso di rabbia e/o malinconia. Due pezzi perfetti, se pensiamo a come ritroviamo in nostro caro Gatsu, il protagonista, dopo una certa Eclissi di cui non ho intenzione di parlare… [tra l’altro, per la serie “quando una parola normale acquisisce, d’un tratto, tutto un altro significato ai tuoi occhi”].

Tra l’altro, una piccola menzione se la merita anche un pezzo della soundtrack, Hai Yo, che si fa sentire ogni volta che il buon Gatsu entra in azione. Veramente bellissima e d’effetto, ve la posto qui sotto.

E questo è, a grandi linee, come ho trovato Berserk. Non volevo fare un post molto lungo e non volevo andare a parlare in dettaglio della trama o delle tematiche, perchè probabilmente non ne sarei uscita viva. Tuttavia, se avete piacere di confrontarvi su qualche punto, se ne può sempre parlare nei commenti!

Come al solito, fatemi sapere se avete visto quest’anime, se vi è piaciuto o se invece avete letto il manga e potete fornirmi qualche info o dettaglio interessante in più! E se non concordate su quanto ho detto, aspetto nei commenti il vostro punto di vista.

A presto,

Iya&Ceres

 

 

 

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Yuri!!! on Ice

Grazie al suggerimento di Nyu ho scoperto che la maglia che ho ricevuto per sbaglio dal sito Qwertee (vedi qui) è dell’anime Yuri!!! On Ice. Presa dalla curiosità suscitatami dalle immagini trovate su internet, ho deciso di lanciarmi nella visione del titolo e… mi sono divorata tutta la serie in meno di 48 ore.

Trama

Yuri Katsuki è uno dei migliori pattinatori artistici del Giappone. Nonostante sia riuscito ad arrivare al Grand Prix, una competizione mondiale, preso dall’agitazione e per via di alcuni avvenimenti personali che lo hanno scosso, finisce per classificarsi ultimo. Esce dalla competizione estremamente amareggiato e pensa seriamente di abbandonare la carriera agonistica. A scuoterlo dal suo torpore arriva però Victor Nikiforov, cinque volte medaglia d’oro nel pattinaggio artistico e suo idolo, che si propone come suo coach.

Commenti

Non so se sarò in grado di esprimere quanto questo titolo, inaspettatamente, mi abbia emozionata e coinvolta, ma ritenevo doveroso fare un tentativo. Perchè ho adorato ogni singolo episodio di questo anime.

Ma partiamo dall’inizio: Yuri!!! on Ice parla di pattinaggio artistico e, nonostante io non sia esperta in questo campo, non ho trovato quest’opera minimamente noiosa.  Spesso viene utilizzato il linguaggio tecnico, ma tutto ciò che serve per capire l’anime viene spiegato di volta in volta, così da non escludere uno spettatore meno esperto, e ai momenti  seri e dal maggiore impatto emotivo, come gare e allenamenti, si alternano scene e siparetti molto più di leggeri e qualche flashback inatteso. Questo bel mix rende l’opera emozionante e divertente, quindi, ai miei occhi, molto godibile.

Ho amato il fatto che, durante le varie esibizioni, oltre che ascoltare le bellissime musiche e osservare le coreografie, ci vengano mostrati i pensieri dei pattinatori e delle persone a loro vicine. Questo rende possibile non solo una maggior empatia col protagonista, Yuri, ma consente allo spettatore di percepire la personalità di ogni singolo personaggio messo in campo. Ogni gara non è solo una serie di movimenti armonici su una meravigliosa base, ma per ognuno rappresenta qualcosa di diverso e questo ci porta anche a contestualizzare gli errori, le espressioni e la determinazione di tutti. Per questo, in certi momenti, si finisce quasi per dispiacersi o tifare un po’ anche per gli avversari.

Ho apprezzato molto il fatto che, nonostante ognuno voglia vincere per continuare a inseguire i propri sogni, ci sia lealtà e rispetto tra tutti i concorrenti. E’ un anime che ci racconta che competizione e sportività possono coesistere e che avere degli avversari forti non sempre è un male, ma può essere un forte stimolo per dare il meglio. Ci viene chiaramente mostrato come Victor sia stato lo stimolo maggiore per alcuni degli altri pattinatori, che hanno accusato anche il suo ritirarsi dalle scene, e allo stesso modo Yuri, con la sua nuova determinazione e i suoi miglioramenti, è ciò che sprona i più giovani a giocarsi il tutto e per tutto. In particolare, a risentire della presenza del “Yuri giapponese” sarà il russo Yuri Plisetsky (soprannominato Yurio), appena entrato nella categoria senior e voglioso di lasciare il segno. Durante tutto l’anime seguiremo molto anche la sua storia, i suoi progressi e nonostante il carattere da gatto schivo, Yurio finirà per rimanere nel cuore non solo di Yuri e Victor, ma dello stesso spettatore.

Veniamo poi all’altra cosa che ho follemente amato di questo cartone: il rapporto tra Yuri e Victor.
Yuri ha sempre adorato Victor, lo ha sempre stimato come pattinatore e ha sempre desiderato di poter raggiungere la sua bravura. Victor, d’altro canto, è un grande campione che rimane affascinato dallo stile e dall’emotività che Yuri riesce ad esprimere. Ma questo, ovviamente, è solo l’inizio del loro rapporto, che è destinato a crescere e diventare immensamente profondo.
Grazie al suo coach, Yuri riscoprirà la passione per lo sport che li accomuna, ma si ritroverà tra le mani un sentimento ancor più forte, più ardente, una voglia di lottare e di dimostrare che la presenza di Victor gli ha cambiato la vita, lo ha fatto rinascere: il suo carattere introverso e insicuro muterà gradualmente, portandolo ad aprirsi, per mostrare al mondo chi è veramente e quanto forte possa brillare.
Dall’altra parte c’è Victor, inizialmente incuriosito da Yuri, che non si limierà a condividere con lui programmi ed esperienza, ma finirà per riversare in lui speranze, emozioni e ad ogni sua esibizione capirà di voler dare ancora di più, sia al suo pupillo che al mondo.
Un legame pressochè indissolubile, così ci appare alla fine dei 12 episodi, tanto da avermi sinceramente fatto sperare in qualcosa di più. Normalmente non sono una ragazza che vede connotazioni yaoi in ogni titolo che si ritrova davanti, ma ogni gesto compiuto dai due protagonisti nel corso della serie non ha fatto che enfatizzare la forza e la purezza del loro rapporto. Ogni abbraccio, ogni lacrima, ogni frase racchiude rispetto, complicità e, per l’appunto, amore. E tutto questo mi ha emozionata tantissimo.

La bellissima opening, che vi posto qui sotto, è un’ottima rappresentazione di ciò che ho cercato di raccontarvi. Nonostante i disegni quasi abbozzati, la sigla esplime dolcezza, volontà di combattere, di riscattarsi, di emozionare.

Purtroppo molte delle opening trovate su YouTube sono state private della traccia audio, che viola i copyright, per cui spero che almeno questo link rimanga funzionante. Tra l’altro, questo video evidenzia la variazione tra la sigla del primo episodio e le altre 11, enfatizzando la rilevanza che ha avuto l’incontro tra i due protagonisti.

Vi consiglio di vedere anche la ending, molto bella ed energica, e di ascoltare alcune delle canzoni usate per le esibizioni, che tolgono il fiato. Sarò banale, ma quelle che ho preferito sono In regards to love – Agape e Eros e, ovviamente, Yuri on Ice.

Che altro dire? Sarò stata nel mood adatto per vedere questo titolo, perchè, contro ogni aspettativa, mi sono ritrovata a pregare con ogni mia forza affinchè Yuri riuscisse a farsi valere e, più ci si avvicinava al gran finale, più sentivo nascere in me aspettative, ansia e curiosità. Non vi nego che mi sono anche commossa e che sto desiderando ardentemente che arrivi, come ho letto in giro, una seconda stagione.

Spero che questo post vi abbia incuriositi e mi auguro di non essere sembrata eccessivamente prolissa o esagerata. Se avete visto quest’opera, fatemi sapere cosa ne pensate e se vi ha colpiti come ha fatto con me.

A presto,

Iya&Ceres

 


Flash Post – Ranpo Kitan, storie di personaggi storti

Io e la mia “Onee-chan” abbiamo recentemente sperimentato l’ebrezza di provare un anime molto particolare e… che tutt’ora non ho capito se e quanto mi sia piaciuto. Devo, però, ammettere che Ranpo Kitan non è un titolo scontato o incapace di colpire, quindi ho deciso di parlarne con voi.

Ranpo Kitan – Game of Laplace è un anime investigativo del 2015, costituito da soli 11 episodi, dai toni decisamente thriller e dagli avvenimenti piuttosto macabri.

Trama

Kobayashi è un ragazzo delle medie, tranquillo e molto distaccato dalla realtà che lo circonda. Un giorno il giovane studente si risveglia nella sua classe, ignaro di come sia arrivato sul posto. Nello stesso luogo scopre il cadavere di un suo insegnante e finisce per essere accusato di omicidio. Nelle indagini verrà coinvolto un giovanissimo detective, Akechi, che risolverà facilmente il macabro giallo, affascinando l’apatico Kobayashi, che gli chiederà di diventare suo apprendista.

Commento

Durante la visione di questo anime non ho potuto che ripetere a me stessa (e a mia sorella, compagna di …sventure?) che questo anime è pieno di gente storta, moralmente o fisicamente.
Perchè, effettivamente, tutta la storia ruota attorno a personaggi strambi, pittoreschi, pazzi, malati… o incapaci di tenere una postura normale!
E ora starete pensando: “ma allora sarà una schifezza!“.
(Vi capirei, è quello che mi è balenato nella testa al primo episodio, però…)
No. Non proprio.

Ho dei sentimenti molto discordanti riguardo questo titolo, ma di sicuro posso dire una cosa: nonostante la partenza assurda, già dopo i primi due episodi è chiaro che tutti i casi affrontati, che tutti i personaggi incontrati, sono destinati a narrare qualcosa di più grande, mettendo le radici ad un caso ben più ingarbugliato e dalla forte componente psicologica. Perchè, al di fuori dei macabri e assurdi delitti, questo anime narra di  debolezze, di limiti, di scelte difficili e, a modo suo, ti mette davanti ad una domanda: io cosa avrei fatto in una situazione del genere? Perchè dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, guardando esternamente una vicenda, è sempre molto facile. Ma quando ci si ritrova impotenti davanti a delle realtà orribili, ma concrete, cosa saremmo effettivamente disposti a fare pur di non rimanere solo a guardare?

Di contro, l’anime presenta dei personaggi fin troppo assurdi, a volte stereotipati (si può veramente stereotipare un personaggio assurdo?) e alcuni episodi risultano decisamente meno interessanti e coinvolgenti di altri. Gli avvenimenti sono a volte sensati, altre volte un po’ troppo estremizzati e non ho ancora capito se questo sia o meno accettabile, tenendo in considerazione che stiamo parlando di un titolo molto particolare e che, in realtà, il focus non dovrebbe essere sui casi in sè, ma sull’emotività o sulla psiche dei personaggi.
Si, appunto, sono un po’ confusa a riguardo.

Due note sicuramente positive, tuttavia, posso citarle: sia io che mia sorella abbiamo apprezzato molto la scelta di rappresentare il mondo di Kobayashi come un mondo fatto di manichini grigi, che prendono forma solo quando accade qualcosa di rilevante. Un modo molto efficace per sottolineare il totale distacco del protagonista dalle persone che ha attorno. Allo stesso modo, nell’arco di tutto l’anime vengono usati degli stratagemmi scenici interessanti che possono attirare l’attenzione dello spettatore.

L’altra nota positiva, se mi conoscete un minimo, potrete facilmente indovinarla…

… Sto ovviamente parlando delle due sigle dell’anime, che vi posto qui sotto.
La opening è coinvolgente, sia per il ritmo che per le immagini, e lascia pregustare chiaramente l’atmosfera distorta che ci si ritroverà davanti.

La ending, invece, l’ho adorata ancor prima di vedere l’anime ed è, anzi, ciò che mi ha portato a scoprire questo titolo. Per questo condivido il video dell’artista, Sayuri, e non la sigla del cartone.

Ho cercato di dire la mia su questo titolo, ma non sono sicura di essere riuscita ad esprimere tutto ciò che si poteva dire a riguardo. Spero però di avervi un pochino incuriositi e che qualcuno di voi mi offra il suo punto di vista su questo anime.

A presto,

Iya&Ceres


Flash Post – Gosick

Tra le varie serie animate che sto recuperando ultimamente (sto cercando di completare alcune delle molte opere lasciate in sospeso in passato) c’è anche Gosick, anime a base investigativa di 24 episodi, terminato nell’ormai lontano 2011.

Trama

Kujo Kazuya è uno studente giapponese che va a studiare all’estero, nell’immaginario regno di Saubure, collocato sulle Alpi, tra Italia e Francia e in cui si parla, appunto, la lingua francese. E’ il 1924.
All’Accademia St. Marguerite, però, Kujo fatica a farsi amici, poichè la popolazione, molto superstiziosa, per via del suo aspetto (occhi neri, capelli neri), lo paragona da subito al personaggio di una delle tante storie di fantasmi del posto: il Dio della Morte Primaverile. In cerca del significato di questo soprannome, Kujo si avventura nell’immensa biblioteca scolastica, dove farà la conoscenza di Victorique, una ragazza dai lunghissimi capelli biondi, dall’aspetto angelico e dalla sovraumana intelligenza. Nonostante le prime incomprensioni, i due diventeranno molto amici e insieme risolveranno la moltitudine di casi misteriosi in cui si ritroveranno coinvolti, anche per via del fatto che il fratello di Victorique è un commisario di polizia.

Commento rapido

Devo dire che, a parte qualche pecca qua e là, ho trovato questo anime piacevole e abbastanza scorrevole. I vari casi sono abbastanza interessanti e ho apprezzato molto che alcuni di questi misteri portino a conseguenze anche nella vita dei protagonisti o che facciano avanzare la trama generale dell’opera: tutto ciò che viene esposto già dal primo episodio serve a rafforzare il rapporto tra Kujo e Victorique, così come a costruire lo scenario in cui i personaggi si muovono.
I personaggi sono abbastanza strani, a volte (pecca n°1) un po’ troppo ripetitivi nel loro modo di fare e stereotipati, ma hanno un loro ruolo nella storia e tutto sommato, anche non amandoli alla follia, non fanno storcere il naso. Lo stesso Kujo ne è un esempio: non fa che ripetere “Victorique” (ovviamente pronunciato in una lingua che di francese non ha nulla) e chiamare la sua partner per soccorerlo in ogni occasione, ma anche sembrando un po’ stupido e piagnone, in realtà è molto altruista e coraggioso. Ho apprezzato che, nel loro piccolo, alcuni dei personaggi principali evolvano nell’arco dei “soli” 24 episodi.
Nonostante sia un cartone che non fa eccessivo uso di scene splatter o brutali, non si risparmia alcuni avvenimenti abbastanza pesanti dal punto di vista umano: sacrifici di bambini, donne rapite e obbligate e partorire figli non voluti… insomma, per intenderci, pur non essendo visivamente brutale ha dei toni abbastanza macabri e per questo non lo farei vedere a dei bambini solo perchè i protagonisti sembrano “kawaii” e perchè ci sono pizzi e merletti ovunque.
In contrasto con questi avvenimenti crudi e col tentativo dell’anime di non sfociare nel surreale, il finale di alcune sottotrame, così come dell’anime in generale, possono risultare un po’ troppo buonisti (pecca n°2) e alcune scene possono sembrare particolarmente inverosimili o improbabili (pecca n°3).

Nel complesso è comunque un anime poco impegnativo che vi consiglio sicuramente, soprattutto se vi piacciono storie investigative e di misteri. Tenete, però, a mente che il riflettore sarà sempre e comunque puntato sui protagonisti, più che sui casi in sè.

Spero che questa mini-recensione vi sia stata d’aiuto. Come sempre, se avete visto questo titolo, fatemi sapere che ne pensate.

A presto,

Iya&Ceres


Flash Post: “acida come una Claymore!”

Approfitto della mia breve convalescenza post-rimozione dell’ultimo (infamissimo) dente del giudizio per parlavi rapidamente di un anime che ho terminato da poco e che mi ha lasciato un po’ perplessa, sperando anche di potermi, così, confrontare con quanti di voi conoscano già il titolo.
Parliamo di Claymore.

Claymore è un fumetto “dark-fantasy” (grazie Wikipedia) e d’azione, da cui è stato tratto un anime, di cui ho recuperato i 26 episodi, tra l’altro nella versione doppiata in italiano.

La storia parla delle claymore, combattenti donne il cui scopo è sconfiggere dei demoni (yoma). La loro forza e le loro capacità speciali derivano da un duro allenamento e, soprattutto, dal sangue e dalla carne dei demoni stessi, che hanno assorbito per poter, appunto, affrontare questi spietati mostri ad armi pari. Tuttavia, l’utilizzo eccessivo dello yoriki (il potere demoniaco) in loro, le può portare a superare il limite e a risvegliarsi come yoma.
Tra queste combattenti conosciamo Clare, la nostra protagonista, il cui unico scopo è vendicarsi dello yoma che ha ucciso la sua amata Teresa, un’altra claymore che l’aveva salvata da ragazzina. Lungo la sua strada, però, Clare incontrerò Raki, un ragazzino umano che deciderà di seguirla e che porterà diversi cambiamenti nella sua vita.

Ogni claymore, oltre a un nome palesemente non-giapponese, ha un grado e un proprio simbolo di riconoscimento. Devo dire che questo aspetto mi è piaciuto molto! Notare, tra l’altro, dove è la nostra cara protagonista Clare.

Volendo affrontare rapidamente questo argomento, senza analizzarlo nei dettagli, vado ad elencarvi quelli che, SECONDO ME (ed è un parere personalissimo) sono i pro e i contro di questo anime.

PRO

La storia è in sè interessante e abbastanza articolata. Di fianco a avvenimenti abbastanza scontati, si ritrovano dei buoni colpi di scena o episodi meno ovvi e sicuramente non è un cartone che mostra solo combattimenti, ma pone davanti agli occhi dello spettatore concetti come la discrepanza tra ciò che dicono le regole e ciò che è giusto, il senso di lealtà, l’amicizia.

Alcuni personaggi, nonostante il poco approfondimento delle relative storie e background, sembrano ben delineati e finiscono per attirare le simpatie dello spettatore.

I disegni sono abbastanza particolari e possono non piacere, soprattutto per quanto riguarda l’estetica dei volti, ma di sicuro rendono molto bene i combattimenti e le scene d’azione.

Sia la sigla d’apertura che quella di chiusura sono molto belle, nonostante abbiano un gusto un po’ retro (sono l’unica che nota una discreta differenza tra le sigle del passato e quelle odierne?)

Opening:

Ending:

CONTRO

Il doppiaggio non ottimale in italiano, accompagnato a dei dialoghi eccessivamente lunghi e frasi ripetute all’infinito solo per fare scena (tipo: “allora è questa una claymore“), rovinano parecchio la godibilità della storia. Allo stesso modo, l’infinito ripetersi di alcune scene flashback, per quanto volte a motivare lo stato d’animo dei protagonisti, rende alcuni passaggi veramente tediosi e piatti.

☆ Nonostante si possa intuire come mai le claymore siano sempre schive e di cattivo umore (considerando che rischiano la vita quotidianamente per degli esseri umani che le trattano come mostri, mosse come burattini da un’organizzazione che sembra non rispettarle affatto come entità viventi), pare che la loro paculiarità principale non sia la forza, bensì l’acidità: non si risparmiano battute e dialoghi gratuitamente snob o cattivi o, appunto, acidi fino al midollo, neanche se rivolti alle proprie compagne. Da qui il mio nuovo, personalissimo, detto: “sei acida/o come una claymore!”.

☆ Alcuni personaggi, inizialmente presentateci come spiacevoli o negativi, finiscono per scoprirsi buoni e piacevoli. Purtroppo, però, a fianco a questi ce ne sono altrettanti evidentemente minorati mentali, incoerenti, fuori di testa (e no, non sto esagerando, perchè non venitemi a dire che Ophelia o Priscilla sono personaggi sani di mente) e quindi estremamente fastidiosi. Lo stesso Raki, del quale si possono anche capire i sentimenti, finisce per comportarsi spesso all’opposto di quello che dovrebbe fare e questo, sarò onesta, me lo ha fatto odiare tantissimo.

Non c’è un vero finale: tutta la storia evolve per arrivare a un determinato punto, ma anche sfiorandolo, non lo raggiunge e diversi aspetti della trama rimangono irrisolti. Presumo che il manga avanzi ulteriormente rispetto alla controparte animata, ma di fatto l’anime è incompleto e può, per questo, deludere uno spettatore che, dopo tanti episodi di acidità e violenze, sperava di vedere sciogliere almeno qualche nodo della storia.

Concludendo:

Claymore è un anime con delle buone potenzialità ma che lascia l’amaro in bocca per diversi aspetti. Alcune cose mi rimarranno sicuramente nel cuore, tra cui le sigle e alcuni personaggi, ma nel compleasso lo trovo un po’ carente su tutto il resto. Sono contenta di averlo recuperato e terminato dopo tanto tempo, ma di sicuro non rientrerà mai nelle mie opere preferite e, tuttora, non so se è un titolo che consiglierei o meno.

Quindi vi chiedo: avete mai visto questo cartone? Che ne avete pensato? Ma soprattutto, c’è qualcuno di voi che può dirmi se il manga ha gli stessi difetti o se, invece, andrebbe recuperato per colmare le lacune dell’anime?

A presto,

Iya&Ceres


Il suono del mio 2016

Un altro anno sta volgendo al termine.

Devo dire che, per la sottoscritta, il 2016 è stato un anno ricco di avvenimenti e di emozioni, discretamente strano e che, in tutta onestà, ha lasciato in me una discreta sensazione di pesantezza. Ma, in un modo o nell’altro, pare che io stia lentamente uscendo dalla sinistra influenza di quest’annata e già, ai miei occhi, si prospetta un 2017 di gran lunga più tranquillo e piacevole. Pregate per me affinché, per una volta, non mi sia portata sfortuna da sola con questa affermazione!

Come  è già accaduto in passato (ovvero nel 2014 e nel 2013) oggi sono qui per condividere quelli che per me sono stati i “must” dell’anno e, dato che non sono riuscita a dedicarmi come avrei voluto a film, serie, cartoni e quant’altro, la mia lista sarà interamente volta a illuminarvi sui brani musicali che i miei dispositivi più hanno riprodotto.

Eccovi, quindi, la lista delle mie canzoni del 2016!

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Questa è anche l’espressione che ho avuto per tutto il 2016!

Inizierei dicendo che gran parte del mio anno è stata poco esplorativa a livello musicale e, dato il mio mood, ho messo in un infinito loop l’album That’s The Spirit dei Bring Me The Horizon (credo di avervi accennato qualcosa in passato) e non ho fatto che riascoltarmi le stesse canzoni per mesi, incapace di scostarmi, più di tanto, da questo genere. In questo album è anche contenuta quella che, più di altre, è stata la canzone del mio anno e che, forse, potrei considerare la canzone della mia vita. Ma non è questo il momento di parlarne… e non so se sarò mai in grado di condividere appieno, con voi, il significato che quel pezzo ha per me.

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Passerei, quindi, all’altro genere predominante del mio 2016, che, per assurdo, non ha nulla a che vedere con il precedente gruppo! Siccome sono una persona molto strana, infatti, al precedente periodo nero è seguita una fase molto più colorita e dai toni frizzanti. E’ iniziato quindi il periodo K-pop, in cui mi sono dedicata prevalentemente a due pezzi delle 4minute (Hate e Crazy) e alle BlackPink, che sono state in grado di intrigarmi con tutti e quattro i singoli da loro pubblicati (tutti, per altro, in quest’anno). Condivido con voi, nello specifico, Playing With Fire, perché è forse quella che ho ascoltato di più e di cui ho apprezzato tantissimo anche il video.

Rimanendo su pezzi provenienti dall’oriente, quest’anno, oltre a rispolverare la vecchia Gloria di Yui, sono andata in fissa per una canzone degli Stereopony, che si intitola Hitohira no Hanabira. Vi posto anche questa.

Ho anche recuperato alcuni brani tratti da anime. Il più significativo, per quest’anno, è senza dubbio Shinjitsu no Uta dei Do As Infinity, una delle sigle di chiusura di Inuyasha. Ve la consiglio tantissimo perchè la trovo meravigliosa e ogni volta che l’ascolto mi toglie il fiato.

Citando poi brani sicuramente più conosciuti, ho ascoltato anche diverse canzoni commerciali. Dalla stra-mandatissima Sofia di Alvaro Soler, passando poi, nei momenti di tristezza, per Faded di Alan Walker e concludendo, in quest’ultimo mese, con In The Name of Love di Martin Garrix ft. Bebe Rexha. Ricordo anche El Taxi (Osmani Garcia ft. Pitbull), che è stata la colonna sonora che ha accompagnato la mia fantastica ConfraNERDita durante il Lucca Comics (di cui vi ho parlato qui).

L’ultima canzone pop che vi menziono è sicuramente meno conosciuta, ma l’ho ascoltata tantissimo, fino ad arrivare quasi al punto di non poterla più tollerare. Eh già, ho dei problemi grossi. Sto parlando di Flashlight, nella versione Sweet Life Remix, che rientra nella colonna sonora di Pitch Perfect 2.

Molto spesso, quando il mio umore era variabile e incerto, ho ascoltato Guilt di Nero, un brano dalle note elettroniche ma dal sound a tratti molto cupo.

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Si… sempre con questa faccia!

Veniamo quindi ai pezzi più alternativi. Quest’anno sono andata in fissa per due canzoni degli Halestorm (Love Bites, So Do I e I Miss The Misery) e, in questi ultimi giorni, sto ascoltando moltissimo Warriors degli Imagine Dragons. Volevo inoltre segnalarvi Hello di Leo Moracchioli, cover dell’omonima canzone di  Adele.

Non posso ovviamente dimenticarmi dei due pezzi degli About Wayne, tratti dall’album Bagarre, che mi hanno stregato: Riverside e In The Reign of Flies (che ho amato alla follia).

Nell’ultimo periodo mi hanno fatto sentire una fantastica canzone dei Sonata Arctica (gruppo power metal) di cui mi sono innamorata. Sto parlando di My Selene.

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Come base musicale durante i periodi di studio ho spesso usato un brano tratto dalla colonna sonora de Lo Hobbit: The Misty Mountains Cold. Penso che i fan del mondo de Il Signore Degli Anelli e affini sappiano molto bene di cosa sto parlando…

Vorrei poi parlarvi di un gruppo metal italiano che… fa canzoni un po’ fuori dalle righe e pazzerelle. Sono i Nanowar of Steel e tra le loro canzoni quest’anno sono andata in fissa con Giorgio Mastrota – The Keeper of Inox Steel. Non chiedetemi come mai questo pezzo mi sia entrato così tanto nella testa… ma veramente non posso farne più a meno!

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Lo stesso album contiene la meravigliosa To Kill The Dragon You Need A Sword! XD

Sempre per saltare da un genere all’opposto, chiudo con una cover che, se frequentate il pazzo mondo del rosso tubo, sicuramente avrete incrociato. Sto parlando di Hallelujah dei Pentatonix, un pezzo decisamente famoso e utilizzatissimo, ma che in questa versione a cappella sa affascinare ancor più che l’originale. Ve lo posto perché è, a mio parere, un pezzo musicale imperdibile di quest’anno.

Questo è quanto. Per l’ennesima volta vi  ho dimostrato quanto strani siano i miei gusti e quanto spazi tra generi totalmente diversi gli uni dagli altri.
Spero comunque che questa lista sia stata di vostro gradimento, che abbiate riconosciuto qualche titolo o che possa essere stata per voi di ispirazione.

Se avete voglia di condividere con me i brani musicali del vostro  2016 sarò lieta di ascoltarli, così come prenderò nota di eventuali titoli cinematografici o anime vorrete consigliare.

Vi auguro di passare una magica nottata e che il 2017 inizi, fin da subito, al meglio.

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Ci vediamo ad anno nuovo,

Iya&Ceres