…I'll also show you a sweet dream next night…

Anime&Manga

Situazioni opposte: The Hollow e Kyoukai No Kanata

Nelle ultime settimane mi sono ritrovata ad avere a che fare con due serie d’animazione molto diverse, che hanno suscitato nella mia persona effetti praticamente opposti: il primo mi ha incuriosita da subito ma si è rivelato molto diverso dalle mie aspettative, mentre l’altro non mi ispirava quasi per nulla e ha finito, poi, per prendermi molto più del previsto.

Vado quindi a parlarvi di The Hollow e Kyoukai No Kanata.

The Hollow

The Hollow è una serie animata canadese approdata su Netflix qualche mese fa e a base fantasy. Mi ha colpito fin dalla prima volta che Netflix mi impose di vederne il trailer perchè la trama mi ricordava l’inizio di una qualche avventura di D&D: i tre protagonisti, Adam, Kai e Mira, si risvegliano, senza memoria, in una stanza sconosciuta, dal quale devono uscire. Una volta fuori, si rendono conto di essere in un mondo strano, con creature pericolose, cure magiche e si riscoprono in grado di compiere azioni fuori della norma. Hanno così inizio le loro avventure, che li porteranno ad affrontare molti pericoli nel tentativo di ritrovare la via di casa.

Come accennato sopra, la trama mi aveva incuriosito e per i primi episodi sono stata guidata dalla voglia di scoprire quale fosse la causa dell’amnesia di questi ragazzi e soprattutto in che tipo di mondo si fossero ritrovati. Le loro disavventure e il loro dover compiere missioni improbabili inizialmente mi ricordavano lo stile dei giochi di ruolo, ma con l’avanzare degli episodi (10 in totale) ho finito per svalutare molto il titolo per diversi motivi: la mancanza apparente di un filo conduttore, il comportamento infantile di uno dei protagonisti, l’assenza quasi si spessore nelle vicende. In generale l’opera rimane piuttosto vuota e il finale, ad essere sincera, non mi è piaciuto particolarmente. Avrei preferito che si fermasse 10 minuti prima, a costo di lasciare un finale aperto.

Insomma: nonostante si possa essere interessati ad andare avanti con gli episodi per via del mistero dietro questo mondo fantasy, fondamentalmente l’ho trovato un titolo adatto a un target molto giovane.

Kyoukai No Kanata

Quest’altro titolo l’ho, invece, trovato grazie a twitter (dato che ho iniziato a seguire diversi account che postano immagini di anime) e, dopo averne letto la trama sul web, mi sono convinta a dargli una chance, principalmente perchè mi piaceva lo stile dei disegni e perchè, essendo sempre un’opera breve (12 episodi) ho ritenuto che non mi avrebbe portato via molto tempo.

“Un giorno, lo studente liceale Akihito Kanbara salva istintivamente la sua compagna Mirai Kuriyama, che sembra essere sul punto di suicidarsi lanciandosi dal tetto. Tuttavia, Mirai approfitta del gesto per trafiggere Akihito con una spada formatasi dal sangue della stessa ragazza, ma rimane sorpresa nello scoprire che Akihito è un “mezzo-yōmu immortale”, proveniente dall’unione di un umano e di una creatura sovrannaturale chiamata yōmu. Dopo aver capito che Mirai è una Ikaishi (lett. “guerriera del mondo degli spiriti”), specialisti nel proteggere gli umani dagli yōmu, e l’ultima discendente del proprio clan, detto “del sangue maledetto” le loro vite si intrecciano dato che Akihito cercherà di aiutare Mirai a conquistare sicurezza nella lotta agli yōmu, e Mirai in cambio non cercherà più di ucciderlo.”

Wikipedia

Dopo il primo episodio, tuttavia, sono rimasta abbastanza perplessa da essere indecisa se lascir perdere o meno. La trama mi era sembrata assurda, Mirai peggio che mai, Akihito fin troppo pacifico e con un fetish eccessivo per le ragazzine con gli occhiali. Insomma, lì per lì ho pensato fosse abbastanza una porcheria. Ma ho deciso di non giudicare dal primo episodio e ho continuato la visione, per scoprire, poco a poco, che questo anime aveva altro da offrire. Certo, di momenti di leggerezza ve ne sono a palate (anche troppi, per un titolo così corto) e alcuni dei personaggi riescono ad avere comportamenti alquanto assurdi e estremizzati, ma la trama è meno scontata di quello che potrebbe sembrare a prima vista e anche il passato dei due protagonisti è interessante (oltre al fatto che Mirai combatte solidificando il proprio sangue, cosa che ho trovato assolutamente fantastica), le relazioni tra i vari soggetti messi in campo sono piacevoli e ho gradito anche il finale, meno prevedibile di quel che mi aspettassi.

Alla fine, quindi, pur non entrando tra i titoli che ho preferito in assoluto, è un anime che tratta di legami e solitudine e nel complesso l’ho trovato abbastanza piacevole da volervene parlare.

Chiudo questo post portando l’attenzione sul fatto che il canale YouTube della Yamato Animation ha iniziato a pubblicare un anime in contemporanea con il Giappone, sottotitolato in italiano, che credo valga la pena di essere recuperato. Si chiama Cells at Work e ricorda un po’ il vecchio Esplorando il corpo umanosolo in versione molto nipponica!
Vi lascio il trailer, qualora vi avessi incuriositi. Io e Darling, inutile a dirlo, lo stiamo già adorando.

Al solito, fatemi sapere se avete visto/state vedendo una delle opere che ho citato, cosa ne pensate e, se vi va, consigliatemi pure dei titoli animati brevi da recuperare in questa calda estate.

A presto,

Iya&Ceres

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Talking of Ten Count with Onee-chan

Non so bene perchè, ma sono rientrata in uno di quei periodi in cui ho voglia di riscoprire-rispulciare qualche yaoi e, girovagando nel magico mondo della rete, mi è caduto l’occhio sulla trama di Ten Count, manga di Rihito Takarai, composto da 6 volumi, serializzato a partire dal 2013 e da poco concluso. Così ho deciso di recuperarlo e, solo a fine lettura, confrontandomi con mia sorella, mi sono resa conto che era lo stesso manga che lei aveva accennato nel post speciale di San Valentino (che potete trovare qui), quindi mi sono detta: perchè non parlarne insieme?

Trama

Shirotani è un ragazzo affetto da misofobia, patologia che lo porta a provare terrore nei confronti di tutto ciò che è sporco. Nonostante vivere nel mondo esterno sia per lui difficile, il giovane riesce a trovare un lavoro e gestire la sua quotidianità, pur mantenendo un distacco, sia fisico che emotivo, dal resto del mondo. Un giorno, per via di un incidente stradale che coinvolge il suo capo, Shirotani incontra Kurose, che, in quanto psicoteraupeta, inizia a seguirlo nel suo cammino di cura.

Commento

Dalla trama stessa emerge che quest’opera non è un banale yaoi romantico “da batticuore” (e frizzantezza in camera da letto), ma è chiaro che punta molto sul suo lato drammatico e psicologico. Questo sua voluta profondità, devo dirlo, lo rende molto accattivante e, sicuramente, di un altro spessore rispetto ad altri titoli dello stesso genere, spesso scontati o incentrati eccessivamente sul rapporto fisico tra i personaggi. La storia scorre velocemente, i flashback nel passato dei due protagonisti sono forti e coinvolgenti, i disegni sono molto piacevoli, il rapporto tra Shirotani e Kurose a tratti intenerisce, mentre altre volte crea una discreta perplessità nel lettore.

Sicuramente è un titolo che merita di essere preso in considerazione, anche se, mi duole ammetterlo, cade un po’ verso il finale, soprattutto per come l’autrice ha voluto trattare l’approccio sessuale tra i due.
Come se, per altro, problemi psicologici come la misofobia possano effettivamente essere curati con il sesso…

È scorretto, in generale, dire che le psicosi possano essere curate: non si supera mai veramente un disturbo del genere, si impara a gestirlo e, spesso con l’aiuto di farmaci, condurre uno stile di vita il più autonomo possibile. Una patologia mentale non può essere quindi paragonata ad una patologia del corpo. In questo caso si tratta il disturbo ossessivo compulsivo, dove si può cercare di limitare i gesti (compulsioni) come succede nel manga, ma bisogna tener presente che senza consulenze psicologiche fisse e senza l’uso di farmaci il problema del pensiero ossessivo non si “risolve”, ed è quindi spesso solo una questione di tempo prima di avere una ricaduta che faccia riemergere gli atti.

Nel caso di Shirotani si può trovare all’origine di tale disturbo un episodio dal forte contenuto traumatico, ma credo sia scorretto individuare interamente la causa in esso. Il protagonista ha poi vissuto il disturbo come “scusa” per evitare le relazioni, fintanto che non si è ritrovato di fronte ad un se stesso troppo limitato da quella barriera da poter aiutare il suo capo quando c’è stata l’emergenza. Il punto di svolta che l’ha portato ad intraprendere un percorso educativo, infatti, non è stato l’incontro con Kurose, ma il non essere stato in grado di salvare il suo capo, per cui provava gratitudine e affetto, solo perché per farlo avrebbe dovuto toccarlo.

Il progetto dei 10 punti mostrato in questa storia può essere sensato se consideriamo come finalità superare le misofobia e come obiettivo il saper affrontare ogni singola azione, ma sicuramente il raggiungimento dell’obiettivo non si ha praticando quell’azione una sola volta, ma per un periodo prolungato di tempo e aggiungendo, di volta in volta, l’azione successiva a quella già affrontata. Detto ciò, nel progetto ideato da Kurose mancano comunque le tempistiche e le azioni che si fanno per affrontare tale cammino (come almeno due incontri con lo psicoterapeuta a settimana e il training mentale).

Ma ad essere onesti, questo rapporto non può essere considerato educativo sin dal principio per svariate ragioni, prima tra tutte il fatto che l’avvicinarsi di Kurose avesse delle motivazioni nascoste. Ciò ha fatto si che la distanza necessaria in un rapporto educativo fosse compromessa. Inoltre, conosciuto e affezionatosi a Shirotani, Kurose va incontro a un fenomeno definito controtransfert, in cui il terapeuta si “infatua” del paziente. Probabilmente consapevole di questo, Kurose si allontana da Shirotani, compromettendo non solo la loro relazione ma anche il suo percorso riabilitativo: è, infatti, il venir meno della fidata figura di Kurose a mandarlo in crisi, tanto da farlo regredire significativamente.

Tuttavia è bello come venga mostrato, alla fine, che Shirotani non era l’unico ad aver bisogno di Kurose per superare il suo trauma, ma anche Kurose ad aver bisogno di Shirotani per andare avanti con la propria vita.

Mi sono piaciuti molto alcuni aspetti della patologia che traspaiono dal manga come il fatto che Shirotani non sentisse inizialmente il bisogno di un terapeuta, che venga mostrata la nausea del misofobo nel tram, vari accenni di Kurose sul significato della postura e della gestualità di Shirotani, il dubbio dello psicoterapeuta sul percorso da intraprendere e come intraprenderlo in base alle problematicità ed il benessere del paziente, così come dettagli più banali come il fatto che, nel capitolo extra “Kurose-kun, Shirotani-san and Android?” venga attribuita a Kurose la matricola con la S di sadico, mentre a Shirotani la M di masochista. In generale è apprezzabile la tenerezza dei due e sono molto carini anche il personaggio del capo di Shirotani e del collega e amico Mikami.

Anche a me, comunque, non è piaciuta la miracolosa guarigione che sembra avere Shirotani alla fine (ho capito che il sesso aiuta per tutto, ma non fino a questo punto!). 😛

Detto questo, speriamo di essere riuscite a incuriosirvi e contemporaneamente a mettervi in guardia sul fatto che, nonostante possa inizialmente sembrare un’opera molto realistica, Ten Count è comunque una storia d’amore un po’ romanzata, con tanti pro ma anche qualche contro.

Noi ve lo consigliamo e speriamo di avere un vostro feedback nei commenti, sia qualora vi sia piaciuto, sia qualora non sia stato di vostro gradimento.

A presto,

Iya&Ceres e Onee-chan

Note: Le immagini mostrate in questo articolo non sono di nostra proprietà e sono state inserite a solo scopo illustrativo.

Aggretsuko – Immagine della vita di un lavoratore [Flashpost]

Ho recentemente visto (praticamemente tutto in un solo giorno) uno dei prodotti Netflix uscito negli scorsi mesi: Aggretsuko, serie anime di 10 mini-episodi da 15 minuti.

Trama

Aggretsuko racconta la vita, le delusioni e le speranze di Retsuko, impiegata nella media, stressata dal suo lavoro opprimente e dal capo infame. L’unica cosa che consente a Retsuko di sopravvivere alla routine di ogni giorno è l’andare al suo “santuario”, il karaoke, e sfogare la rabbia cantando a squarciagola canzoni death metal.

Commento

Nonostante la trama sia molto semplice, ho trovato questa serie decisamente piacevole, anche perchè, dietro alle immagini kawaii dell’anime, si celano le stesse problematiche con cui tutti ci ritroviamo a combattere ogni giorno. Probabilmente ogni lavoratore, infatti, sarà stato costretto ad ingoiare il rospo in certe occasioni, a non poter rispondere ai superiori per paura di perdere il posto di lavoro, a dover sgobbare più del dovuto per compensare le altrui carenze o a vedere persone lecchine che riescono ad ottenere quello che vogliono senza faticare. Retsuko è un po’ tutti noi (o siamo noi ad essere tutti un po’ Retsuko?) e per questo è impossibile non fare il tifo per lei, malgrado, a volte, la sua eccessiva ingenuità.

Come lei, i suoi amici e gli altri personaggi di questo mondo ricalcano gli stereotipi delle persone che si possono incontrare in ufficio o per strada, dal vecchio compagno delle superiori che vive in maniera bizzarra all’impiegata carina che fa gli occhi dolci coi superiori, dalla pettegola alla spia dei social, dalle donne tutte d’un pezzo ai bravi ragazzi un po’ remissivi. Tutti questi soggetti sono messi in campo non tanto per essere approfonditi e acquisire spessore (è pur sempre una serie di 150 minuti totali!), quanto per sottolineare i no-sense della società o per far ironia sul alcuni aspetti del mondo in cui viviamo.

Questo anime si divora veramente in un batter d’occhio e, anche se è improntato su un disegno molto semplice e minimale, credo riesca a essere piuttosto convincente e coinvolgente.
Per questo, dato il poco impegno temporale che richiede, lo consiglio veramente a tutti e vi confesso che spero di poter vedere presto una seconda stagione.

Vi lascio il trailer qui sotto e come sempre vi chiedo di condividere con me le vostre opinioni o le vostre perplessità.

A presto,

Iya&Ceres

Note: le immagini di questo post non mi appartengono e sono state utilizzare solo a scopo illustrativo.

Un manga e una tazza di tè [Shirley – Kaoru Mori]

Approfittando del fatto che il maltempo ha sconbussolato i piani della mia mattinata, ho deciso di concedermi un momento di relax. Mi sono preparata una teiera piena di tè caldo (cosa potrebbe suonare buffa dato che siamo a giugno, ma il diluvio, i tuoni e i lampi fuori dalla finestra richiamavano la stagione fredda) e ho deciso di dedicarmi alla lettura di un volume unico, regalatomi da una mia amica per Natale: Shirley di Kaoru Mori.

Non avevo mai avuto modo di leggere altre opere di questa autrice, ma ne avevo comunque sentito parlare, soprattutto per Emma, che presumo essere una delle sue opere maggiori e con cui Shirley condivide l’ambientazione vittoriana.

Questo volume, che conta quasi 400 pagine, è pubblicato dalla J-pop ed è una raccolta di storie riguardo le maid, cameriere delle famiglie benestanti. In particolare, il fumetto segue principalmente le vicende di Bennet Cranley, una donna molto bella e dal carattere indipendente, che gestisce una caffetteria chiamata MonaLisa e, nonostante i suoi 28 anni, è decisa a non accompagnarsi ad un uomo. Data la mole di lavoro al locale, Bennet non riesce a occuparsi della casa e decide quindi di assumere qualcuno che l’aiuti nelle faccende domestiche. Al suo annuncio risponde la giovane Shirley Madison, tredicenne senza un posto in cui tornare, che inizialmente intenerisce Bennet, convincendola a darle una chance, ma che si dimostrerà presto una valida alleata e compagna di vita.

Il manga mostra diversi episodi della quotidianità di Bennet e Shirley, focalizzandosi sui sentimenti, sui piccoli dubbi, sulle piccole conquiste e sulla relazione tra le due, senza che tuttavia vi sia mai nessun avvenimento significativo, tragico o pesante da trattare, ma solo regali, pensieri, gesti, momenti condivisi.

Il punto forte di questo volume è la dolcezza con cui ti avvolge e ti trasporta nel suo mondo, delineando con delicatezza i personaggi mostrati, anche attraverso le loro espressioni o le azioni che compiono quando sono soli. I disegni sono curati, dettagliati, morbidi e i soggetti messi in campo sono caratterizzati molto bene, sicchè si può arrivare a riconoscere, dopo qualche pagina, anche quali sono i clienti abituali del MonaLisa. Inoltre l’autrice riesce veramente a far emergere il carattere dei personaggi attraverso poche parole, qualche frase, piccoli gesti e espressioni e questo conferisce spessore a quest’opera, i cui avvenimenti principali potrebbero altrimenti essere riassunti in due righe.

Devo dire che mi avrebbe fatto piacere saperne di più, soprattutto sul passato delle due protagoniste, magari con qualche bel flashback, ma questo probabilmente avrebbe rovinato l’atmosfera di quiete e tranquillità che si respira durante la lettura.

Credo sia inutile dire, arrivati a questo punto, che Shirley mi è decisamente piaciuto e che lo consiglio a chiunque voglia fare una lettura leggera, rilassante, ma comunque di un certo valore.

Come sempre, se avete letto questa o altre opere dell’autrice fatemi sapere cosa ne pensate.

A presto,

Iya&Ceres

Note: Le immagini che vede in questo post non mi appartengono e sono state utilizzate a scopo illustrativo.

“Brividini estivi” – Ghost Hunt [Flashpost]

Non so bene per quale motivo, ma scorrendo la lista di cartoni che ho già visto mi è venuta una discreta voglia di recuperare, dopo tanto tempo, Ghost Hunt, anime di 25 episodi del 2006 che tratta di spiriti e, come deducibile dal titolo, di cacciatori del fantasmi. Probabilmente avevo voglia di vedere qualcosa che facesse venire qualche brivido, un po’ come quando si è piccoli, in campeggio, e si condividono storie di fantasmi (da qui la mia definizione di “brividini estivi“) ma senza essere eccessivamente horror (che sono pur sempre una persona facilmente impressionabile) e questo titolo, devo ammetterlo, è azzeccatissimo da questo punto di vista.

Trama

Ghost Hunt racconta le vicende di Mai, studentessa delle superiori che incontra Kazuya Shibuya, giovane esperto di spiriti, chiamato nella sua scuola per indagare su degli strani avvenimenti. Mai, incuriosita dalla vicenda, finisce per rimanere coinvolta nell’indagine e, per saldare il debito dovuto alla rottura accidentale di una videocamera, decide di lavorare part-time come assistente per il Shibuya Psychic Research Center (SPR). Questo la porterà a conoscere e legare con altri esperti del paranormale e esorcisti e ad affrontare situazioni sempre più strane e misteriose.

Commento

Penso che il motivo principale per il quale adoro questo anime è proprio per il suo raccontare storie spaventose senza mai essere eccessivamente pesante o agghiacciante. Le vicende paranormali che ci vengono mostrate sono tutte diverse tra loro, ma i singoli casi vengono approcciati come se fossero dei gialli da risolvere, con l’aggiunta di qualche scena inquietante ma anche momenti distensivi in cui vengono mostrate le normali interazioni tra i protagonisti. L’equilibrio tra questi fattori rende l’opera decisamente scorrevole e appetibile anche per soggetti non particolarmente amanti dell’horror.

A rovinare un po’ il quadro generale c’è il fatto che, proprio perchè la storia ruota molto intorno ai casi da risolvere, alcuni indizi vengano eccessivamente palesati allo spettatore, tramite inquadrature o dialoghi troppo curati rispetto al resto. Si finisce quindi per intuire prima dei protagonisti quali saranno i risvolti delle vicende e questo, inevitabilmente, va a smorzare il patos e rovina l’efficacia di alcuni colpi di scena.
Inoltre io e la dolce metà ci stiamo ancora chiedendo la motivazione per alcune transizioni tra le varie scene, con l’inquadratura che si rimpicciolisce progressivamente o “fugge” lateralmente,  manco fossimo in una presentazione in power-point.

Tolte queste pecche, a cui si fa presto l’occhio, per il resto mi sento di consigliare questo titolo a tutti coloro che vogliono rinfrescarsi dal caldo estivo guardando qualcosa di poco impegnativo ma coinvolgente e diverso dal solito.

Per farvi entrare nel mood dell’anime, vi posto la opening, molto adatta al tema nonostante la semplicità delle immagini:

Al solito, se avete visto quest’opera fatemi sapere cosa ne pensate e, magari, anche quale è stato il vostro caso preferito.

A presto,

Iya&Ceres

Nota: le immagini mostrare in questo post non sono di mia proprietà e sono usate solo a scopo illustrativo.

The Ancient Magus Bride – Flashpost

Oggi vorrei parlare con voi di quest’opera, sperando di potermi confrontare con qualcuno a riguardo.

The Ancient Magus Bride è un manga di Kore Yamazaki, in corso di pubblicazione (in italia siamo arrivati al 7° volume) da cui è stata tratta una serie animata di 24 episodi e 3 OAV-prequel. Ho iniziato a comprare il fumetto appena stampato, perchè la trama mi ha ricordato molto Natsume Yuujinchou (che amo alla follia), nonostante l’ambientazione non sia legata al mondo degli spiriti giapponesi come quest’ultimo, ma si focalizzi sul mondo fantasy inglese. Tuttavia, ad essere onesta, non sto riuscendo ad apprezzare questo titolo come speravo e volevo condividere questa mia perplessità con voi. Ma, al solito, andiamo con ordine.

Trama

Chise Hatori è una ragazzina giapponese orfana che può vedere un mondo di spiriti estraneo alle persone normali. Stanca di essere fraintesa, di non poter condividere nulla, di essere sola, medita di rinunciare alla sua vita, ma viene persuasa da un gentile signore a evitare un gesto così estremo. Lo stesso signore le offre di mettersi all’asta, dato il suo valore. Chise, disperata, sperando di poter trovare così una casa e uno scopo, accetta e viene venduta a un mago molto strano e molto potente. Questo mago, Elias Ainsworth, dai mille volti e dall’oscuro passato, la porterà con se in Inghilterra, nella sua dimora, e ne farà la sua apprendista.

Commento

Come è facile intuire, ciò che mi ha ricordato, nella trama, il buon Natsume è non solo la capacità di vedere gli spiriti, ma soprattutto il senso di abbandono e inadeguatezza provato dalla protagonista. Speravo che questo anime e questo manga mi regalassero altrettanti momenti malinconici, di rifressione e mi strappassero qualche risata, ma in realtà ho avuto, dopo i primi volumi/primi episodi, il perenne sentore che la storia non venisse mai approfondita a dovere, che mancasse qualcosa.

Inizialmente, come è normale che sia, c’è l’introduzione dei personaggi, dell’ambientazione e delle caratteristiche di questo mondo fantasy molto interessante, ma, a seguire, ho avuto l’impressione, soprattutto per quanto concerne il manga, che tutto rimanesse piatto, che i singoli eventi fossero episodi a sè stanti e che i personaggi intorno ai principali venissero giusto accennati. Sarà dovuto al fatto che i volumi vengono pubblicati a distanza di mesi l’uno dall’altro?
L’anime presumo sia arrivato al pari con le pubblicazioni giapponesi, perchè avanza ulteriormente rispetto alla controparte cartacea italiana e ci regala un temporaneo finale che, onestamente, mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, soprattutto per quello che riguarda il villain della storia, che mi sembra a tratti vuoto.

Non riesco a capire cosa sia a non convincermi del tutto, in fondo i paesaggi, gli spiriti e le dinamiche dipinte dall’autrice mi piacciono molto e i temi della solitudine, della comprensione dei sentimenti umani e della famiglia mi attirano sempre. Eppure c’è qualcosina, da qualche parte, che non lascia brillare quest’opera come dovrebbe. Sarà solo una mia impressione?

La mini serie di OAV (The Ancient Magus’ Bride: Those Awaiting a Star), invece, l’ho trovata molto piacevole, sia perchè approfondisce un frammento del passato di Chise, sia perchè la storia in sè mi è sembrata abbastanza carina, ma ovviamente niente di quanto mostrato va a modificare il filone principale della narrazione.

La prima sigla, nonostante il ritmo spagnoleggiante che va a distruggere l’atmosfera cupa iniziale (e che ancora non riesco a giustificarmi, dato che l’opera tratta di spiritelli inglesi) è piuttosto piacevole, quindi ve la posto qui sotto, tante volte foste incuriositi da questo titolo.
Vorrei poter dire che la seconda opening è altrettanto carina, invece…

Avete avuto a che fare con questo titolo? Che ne pensate? Vi è capitato di avere un rapporto del genere con un’opera, di non riuscire a capire cosa non vi convince?

A presto,

Iya&Ceres

Nota: Non posseggo alcuna delle immagini o dei video presenti in questo post, che sono stati inseriti a scopo illustrativo.